Elia Venezia è uno psicanalista che cura i suoi pazienti anche attraverso l'ipnosi. La sua pigrizia rasenta i languori di Oblomov, la sua taccagneria non riguarda solo il denaro ma anche le energie vitali, che conserva come se dovessero servirgli per qualche esistenza successiva. Anche il suo rapporto con la moglie Giovanna, da cui è separato in casa (ma l'appartamento in cui abitano è diviso strategicamente in due), sono improntati alla passività: lei gli lava la biancheria, gli cucina il polpettone e il venerdì lo trascina a teatro.
Ma quando la ghiottoneria e il sovrappeso rischiano di creare ad Elia seri problemi di salute, lo psicanalista si vede costretto a fare ciò che detesta con tutto se stesso: un po' di esercizio fisico. Ad allenarlo sarà una improbabile personal trainer, la spagnola Claudia, sciroccata sempre pronta a cacciarsi nei guai ma dotata di una capacità speculare a quella di Elia: lui ristruttura le menti, lei i corpi. Inutile dire che la strana coppia finirà per rivelarsi una preziosa società di mutuo soccorso, e che fra Elia e Claudia nascerà una grande amicizia.
La sceneggiatura, firmata da Francesco Bruni e Davide Lantieri, oltre allo stesso Amato, è agile e misurata, flirta con lo stereotipo (che penseranno la comunità ebraica del braccino corto di Elia e quella ucraina dell'eloquio scomposto di Yuri?) e si lascia andare a microderive che fanno la differenza, in una commedia ben riuscita. Quel che manca è un po' di spazio di improvvisazione in una struttura (più filmica che narrativa) che trattiene Servillo entro i limiti della sua consumata disciplina teatrale, nonostante il titolo del film sia proprio un esplicito invito a "lasciarsi andare". Marinelli quello spazio di improvvisazione se lo prende senza indugi, e segna in rete con un goal da fantasista, invece che accontentarsi di un ruolo da mediano.

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